Di
Fulvio Abbate
Il volano che muove la pittura di Isabella Tirelli è una immagine
frantumata.Pensare a un artista che frantumi la visione, la riduce
in cocci, come fosse uno specchio delle sue brame, e poi la ricomponga,
e intanto corra dietro alla memoria dellimmagine.Di una immagine
iniziale,nata quando lidea della colpa non aveva ancora luogo.
E così che Isabella Tirelli rifà, a suo modo,
la storia della visione: prendendo e rompendo le immagini e infine
rimettendole assieme secondo un ordine che, pur non essendo casuale,
risponde comunque alle ragioni del cuore. Va detto che un tempo i
suoi lavori erano lacerazioni del corpo del quadro: limmagine
era dipinta sulla tela o sulla carta per poi essere stracciata e ricomposta
in una cosmogonia: si trattava certamente di un procedimento metaforico,
quasi Isabella Tirelli volesse dimostrare che è possibile ricomporre
una frattura iniziale, desiderasse insomma testimoniare le lacerazioni,
la decollazione che la pittura come linguaggio dellemozione
ha subito nel nostro secolo tra un tumulto e laltro.
Adesso invece Isabella Tirelli prende il tumulto e lo rimette in ordine,
lo ricompone, lo ridefinisce in una scomposizione che si affida al
colore acceso e infuocato, filologicamente riconducibile alla stagione
dei Fauves, una sostanza che sembra giungere dal cuore di un Gauguin,
di un Matisse, dati alle fiamme.
E così che Isabella Tirelli ha edificato il suo giardino
delleden per poi aprirne i cancelli , tanto di consentire alle
sue belve virtuali di scappare. Così, mentre il sole splende
nel punto più alto e invisibile del quadro. Un sole che inaugura
il dominio della favola, con il suo carico nascosto di inferno.
Ha fatto bene Isabella Tirelli a costruirsi questo suo eden, questo
suo paradiso dove scorazzano i colori e gli stati danimo, ha
fatto bene perché ha scelto la deriva dellemozione, lontano
dai tanti sociologismi che i pittori oggi cercano di esporre ai quattro
venti del capitalismo avanzato. Ha fatto bene , mentre una guerra
ingiusta ( come tutte le guerre) infuriava, a scegliere i colori e
a farli brillare nella luce cruda della mattina.
(testo per mostra Eralov , Roma febbraio 1991).
Isabella Tirelli ha fiducia nei prodigi dellaffabulazione. E
desidera che la pittura dimentichi ogni legge che non sia quella del
miracolo; miracolo, prodigio, come stupore, come incanto. Eccola così
al lavoro su un contenuto narrativo infido e beato come il mito di
Cenerentola: Proprio a questa diva sperduta della letteratura addormentata
ha dedicato recentemente la propria attenzione. Ha quindi cercato
di seguire con un occhio dellinformale alchemico ( ovvero interamente
affidato al dominio dei colori e dei riverberi delloro) le sorti
di Cenerentola; il suo mostrarsi al mondo, la sua scarpetta di cristallo,
il suo essere continuo femminile; ne è venuto fuori un racconto
ulteriore misterioso, un racconto che sfugge alle guardie regie dellovvietà
artistica.Isabella
Tirelli ha voluto raggiungere subito il domicilio dellincanto.
Qualcuno potrà dire che si tratta di sogni, e che i sogni allontanano
il vero e il reale. E se dice questo dice il giusto.Eppure Isabella
continua ugualmente per la sua strada che è quella del colore:
sostanza immateriale, sostanza che non ha luogo, ma soltanto offuscamento,
e loffuscamento è il premio che spetta ai mistici assieme
al fiore della rosa. Informale dunque; informale e ancora informale:
non quello civile e crudele di Fautrier, neppure quello
formicolante e biologico di Wols; se costruzione Isabella Tirelli
richiede è ancora quella il cui luogo non può essere
indicato. Anche se certamente vi coesistono la terra e il cielo, il
fuoco e il seme.
(testo per mostra galleria Eralov , Roma, giugno 1994)
Fulvio
Abbate (Palermo 1956) critico darte,
giornalista e scrittore, commissario alla Biennale 1994, collaboratore
riviste darte (Alphabeta, Nuovi Argomenti ecc.).
E autore di libri e testi per TV.
Vedi sito internet personale: utenti.lycos.it/fulvioabbate
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