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Di
Claudio Cerritelli : Per Isabella, la favola continua...
su Interarte e su mostra Cenerentola 2001
Da sempre Isabella Tirelli frequenta le latitudini della pittura,
della poesia e della musica con aria disinvolta, disposta a giocare
in uno zig zag di pensieri simultanei che il linguaggio creativo
discrimina, quasi senza preavviso.
Fin dalle prove iniziali del suo originale percorso artistico emerge
infatti la compresenza di questi linguaggi come un cerimoniale di
trasformazioni plurime: il respiro dilatato del colore verso il
suono, la tensione dellimmagine verso la parola, lazione
della superficie verso lambiente. La percezione di un particolare
verso la totalità.
A rendere efficace questo incontro di forme espressive è
una concezione teatrale dellatto creativo, la necessità
di mettere in scena sottili rapporti tra i segni comunicativi, invisibili
relazioni tra il loro modo di strutturarsi nello spazio, come se
latto pittorico in se stesso non fosse sufficiente a sollecitare
linsieme dei sensi, gli sconfinamenti di un linguaggio nellaltro,
le sovrapposizioni, gli impasti.
Appare così naturale che, in questo singolare progetto espositivo,
la vocazione teatrale di Isabella Tirelli possa realizzare il suo
sogno visivo-verbale-sonoro attraverso un meccanismo sinestetico
che si amplifica nel coinvolgimento della dimensione tattile e gustativa
dei materiali, dalle increspature delle carte alla odorosa mensa
dei cibi.
Tutto si svolge attorno al mito di Cenerentola, alla favola per
eccellenza che diventa nelle mani dellartista una metafora
della vita spirituale, della conoscenza e della passione per le
infinite trasformazioni della materia. Anche Isabella ama i movimenti
di passaggio, le trascolorazioni, gli spessori invisibili, gli umori
della mente intrisi del sapore delle cose, tutti quegli aspetti
che non producono una statica percezione del mondo ma sollecitano
lesperienza verso ogni direzione della sensibilità.
La scena di questo processo di ricongiunzione con la fonte originaria
dei sogni è una chiesa sconsacrata di Roma, un luogo simbolico
che unisce spirito e materia in un unico spazio generativo, un non-luogo
in cui Isabella Tirelli rivive le magie dellalchimista, il
brivido delle trasmutazioni, quelle sensazioni irrazionali che stanno
alla base dellatto creativo, lo fondono e insieme se ne nutrono.
Nella solenne dimensione dellex architettura sacra, lartista
dispone quadri, luci, materie olfattive, inoltre crea luoghi sonori,
momenti recitativi, estensioni della luce che coinvolgono il corpo
degli spettatori in una totalità psico-sensoriale.
Non cè teoria che possa sostenere questo afflato, non
esiste pensiero scientifico che sappia provvedere ciò che
lo spazio così concepito sa scatenare ogni volta, e in modo
sempre diverso, nei confronti del pubblico e, prima ancora, nei
riguardi dellartista.
Cenerentola è la materia grezza che diviene luce e
oro attraverso il fuoco della passione, dice Isabella pensando
ai processi di sublimazione estetica di cui si avvale la sua sensibilità
pittorica , letteraria e musicale.
Così dicendo evoca un mondo possibile, lutopia della
rigenerazione, luscita dalle tenebre
dellignoranza, il viaggio della luce del perpetuo divenire,
opera dopo opera, la favola delleterna creazione raccolta
in un grembo di emozioni.
Limmagine di Cenerentola rivive nella dimensione palpabile
delle carte colorate, manipolate e soppesate con rara finezza, immagini
che emanano vibrazioni luminose, trasparenze e opacità, trasfigurando
il mitico personaggio in un gioco di apparizioni ed evaporazioni
della forma, che si dilata e si contrae come carta gualcita.
Sette opere giganteggiano nei tre altari e nelle quattro nicchie
della chiesa, esse emergono dalla penombra in tutto il loro raffinato
splendore cromatico, sono magici fantasmi figurali sospesi nel tempo
della memoria collettiva, alitano come piume sospinte verso lalto,
sostenute dallaria che il fuoco alimenta.
Alla qualità poetica dei grandi quadri si collega il testo
dellindimenticabile Corrado Costa, un incanto poetico che
lo spettatore può ascoltare in cuffia, con gli occhi rivolti
altrove, nei meandri dello spazio, a sognare la poesia che porta
per mano la pittura, la parola che evoca il colore dei sogni, e
viceversa.
In altri punti della chiesa scattano effetti ottici oppure si disperdono
profumi di cibi antichi che riconciliano il corpo con la mente,
in una visione che ha bisogno di ogni elemento sensoriale per realizzare
se stessa.
Lo spazio diventa la fonte, il fondamento e la dimora di queste
continue trasfusioni di forme e di suoni, di istinti verbali e di
tracce cromatiche, di percorsi acustici e di illusioni ottiche che
lartista gestisce nei minimi particolari, con una regia lucida
ma disposta anche ad abbandonarsi ad improvvise illuminazioni.
In tal senso il pubblico di tale evento espositivo deve saper maneggiare
i materiali, farsi complice delle metafore intorno a cui gira il
vuoto dello spazio, diventare principe adorante di Cenerentola,
amandola al di fuori delle regole.
Così Isabella si intrattiene sulla soglia del millennio
che muore con lipotesi di uno spazio originario, meraviglioso,
rivolto al futuro, anzi esso stesso futuro in atto, capace di spingere
luomo a viaggiare dentro il proprio tempo interiore, captando
forze visibili e invisibili nel labirinto del mondo: intreccio visivo,
verbale, sonoro, tattile, olfattivo, gustativo e altro ancora.
Non è certo poco per una mostra sospesa tra arte e scienza,
progettata e realizzata con un candore daltri tempi, in questi
tempi virtuali e smaterializzati.
Claudio Cerritelli (1953) è professore di Storia dellArte
presso lAccademia di Belle Arti di Brera.
Critico darte militante, organizza mostre storiche di attualità
on spazi pubblici e privati, occupandosi prevalentemente di pittura
e scultura contemporanee.
Dirige la riivsta di teoria e critica delle arti META
parole e immagini. Vive e lavora a Milano.
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